Il valore delle idee
 
 
" Se hai bisogno della violenza per sostenere le tue idee, le tue idee non hanno valore."
 
Non conosco la fonte esatta di questa affermazione, ma è così universale , che potrebbe averla detta un Gandhi, M.L.King, Osho oppure un altro rilevante personaggio, ancora. 

Lo facciamo molte volte, quasi non ce ne accorgiamo.

Pensiamo di avere le idee giuste e, probabilmente, lo sono.

In fin dei conti, ogni idea è degna e vera, se espressa in maniera sincera.

Ma contano maggiormente le nostre idee, o la maniera, con la quale le poniamo, e ci poniamo, rispetto agli altri?

Io credo che il nostro modo di mostrarle, sia essenziale, per la fortuna stessa delle nostre convinzioni.

Capita spesso di vedere chi è nauseato dalla politica e dal sistema, che reagisce con la stessa violenza o lo stesso qualunquismo, che contraddistingue l'oggetto stesso della critica e dell'avversione.

Mi chiedo se questo possa portare veramente i frutti sperati, o rimanere nell'ambito di tanti sfoghi o della rabbia, che non si consuma, ma si alimenta continuamente, in varie direzioni.

Una ricetta univoca per dissolvere questa coltre di critiche, rabbia, idee non applicate non esiste, o ancora meglio, non esiste nella ricerca esteriore, come affidamento a qualche entità, o forza collettiva che possa risolvere tutti i problemi.

Abbiamo il vantaggio di vivere in un epoca che, pure immersa in vicende tragiche, mostra, in chi ha occhi attenti, l'estinguersi delle ideologie, delle credenze assolute, di satrapi o dittatori, che si ritengono custodi assoluti di verità inconfutabili.

Molti pensano come ad una disgrazia perdere ogni valore di riferimento nella religione, nella politica, in ideali, in schemi sociali obsoleti.

In realtà, può essere una notevole occasione di cambiamento di noi stessi, se riusciamo a capire la lezione fondamentale, che non possiamo più rivolgerci all'esterno, con la pretesa di cambiare le cose, ma dobbiamo essere noi stessi la"prova", che può esistere una dimensione di vita, molto diversa, da quella sviluppata, sino a quà.

Io ritengo che, quando non dobbiamo mostrare o convincere gli altri di qualcosa, ma. semplicemente, lo siamo noi stessi, ci troviamo di fronte ad una mutazione effettiva della realtà, che supera così la necessità della violenza verbale e materiale, tragicamente presente in ogni evento del nostro pianeta, fino ad adesso.

Quando riusciamo a rientrare in noi stessi, cioè a contatto con la nostra essenza interiore, molti problemi si dissolvono istantaneamente, e riportiamo naturalezza e chiarezza dentro e fuori di noi.

Buona Giornata!

 

Perchè tornare a noi stessi?

 

Viviamo in quella convenzione comune, che definiamo realtà oggettiva, alla quale sacrifichiamo il nostro tempo, e le nostre fatiche quotidiane.

Non possiamo esimerci dal vivere, finchè siamo in possesso di un corpo-mente.

Inutili sono i tentativi di fuga dalla realtà, e molte persone saggie hanno già capito, come non si risolvono i problemi astraendosi o isolandosi, dal mondo fenomenico.

Molti ci hanno provato, o ne sono stati tentati, ma la realtà attuale, ci mostra, penso, con maggiore evidenza ,rispetto al passato, che non si evolve o si acquista maggiore consapevolezza, nella fuga.

Io sono tra coloro che pensano, che ci troviamo in una era, per l'umanità, di grande cambiamento, con la possibilità di evolvere da piccolo uomo-schiavo, ad essere più consapevole e libero.

Piccola storia

un uomo si rivolse ad un saggio sufi, dicendogli che lui raccontava molte storie agli altri, senza dare spiegazioni, su come capirle. Il saggio gli rispose, mostrandogli un esempio. Chiese, cioè, all'uomo, se avesse potuto gradire che il suo venditore di frutta, consumasse tutta la frutta in vendita, sotto i suoi occhi, lasciando in vista ,soltanto le buccie dei frutti consumati...

Ho trovato questa storia, su una raccolta di pensatori sufi, e la trovo estremamente breve, quanto interessante.

Mi ha fatto sorridere il fatto che, il significato apparente della storia, potesse essere in contraddizione con alcuni articoli di questo blog, nel quale, spesso, mi trovo a parlare di storie, aneddoti, passaggi, provenienti da tradizioni, o da mistici del passato.

Il sufismo era in realtà  una scuola, una corrente, derivata dall'islamismo, ma che attuava, nella pratica, e non nella mera teoria, la vicinanza, o meglio la compenetrazione, con l'esperienza divina.

Quando si abbandona la forma, la rigidità  di norme e regole secolari, per entrare nella sostanza dell'essere, in poche parole, si sperimenta il divino nella nostra vita quotidiana.

Questa è una caratteristica di forme religiose quali il sufismo che, seppure in forme diverse, può essere accomunato in questa pratica esperienzale, ad altre forme di meditazione e preghiera, dallo zen al tao.

Un racconto, un aneddoto, non è puramente descrittivo, ma è una chiave per la percezione di qualcosa, che noi, individualmente, possiamo sapere cogliere.

Può scattare, infatti, una scintilla, che ci illumina, nella nostra condizione presente, e, magari, ci predispone ad un cambiamento o, quantomeno, ad un atteggiamento diverso, nei confronti della realtà . 

I commenti che io fornisco, non sono, infatti, da considerare la soluzione al rebus, o la soluzione definitiva ai misteri del racconto, ma soltanto la mia visione che, (è quello che mi auguro), può essere uno stimolo ad approfondire e riflettere.

Ognuno trae le proprie conclusioni, dopo la lettura, e prova il gusto di scoprire qualcosa di se, che non aveva ancora focalizzato.

Vi invito, così, a rileggere questa brevissimo racconto sufi, e vedere, se tocca qualche corda viva, della vostra vita, della vostra esperienza.

 

Il ladro

Una sera, un maestro stava recitando alcuni sutra, mentre arrivò un ladro con una spada affilata, che gli ordinò di dargli tutti i soldi che aveva, se non voleva essere ucciso.
Il monaco gli rispose: «Non mi disturbare.troverai tutto in quel cassetto!».  Poi si rimise a recitare i sutra.
Poco dopo si interruppe ed esclamò: «Non prenderlo tutto. Domani me ne serve un po' per pagare alcune spese!»   Il ladro aveva preso quasi tutto il denaro, ed i beni, e stava per fuggire. «Ringrazia, quando ricevi un regalo, da qualcuno!» aggiunse il monaco.  L'individuo lo ringraziò e se ne andò via.
Alcuni giorni dopo il ladro fu preso e confessò, tra i tanti, il furto ai danni del monaco.
Quando fu chiamato come testimone, il monaco disse: «Quest'uomo non è un ladro, almeno per quanto ne so. Io gli ho dato del denaro e lui mi ha ringraziato!».  Dopo avere scontato la pena, l'uomo, ravveduto, andò dal maestro, e ne divenne discepolo. 

 

 lettura di questa storia, della tradizione zen, può essere multipla.
Ne possiamo, cioè, cogliere vari significati.

In realta, lo scopo dello zen, non era quello di fornire una morale, o un approccio di un certo tipo, alla realtà, ma quello di cogliere, essenzialmente, una discontinuità, uno stacco dall'approccio della mente razionale, verso i problemi reali.

Lo zen predilige sempre la reazione, o meglio l'azione immediata, spontanea, nei confronti degli eventi.

IL maestro, in questa storia, va oltre la morale e la convenzione umana, che vede in colui che commette l'azione di rubare, esclusivamente un malfattore.

L'individuo-ladro, nella circostanza, rimane spiazzato dall'estrema immediatezza e naturalezza di reazione del maestro, nei confronti della sua azione violenta ed invasiva e compie, a modo suo, un atto umano, di rispetto nei confronti dell'altro.

Le categorie mentali umane, che vedono la tradizionale distinzione fra buoni e cattivi, fra bene e male, vengono sospese e addirittura invertite, nella circostanza di questi fatti.

L'essere immediato, naturale, essenziale, da parte del maestro, fa compiere il cambiamento, nella coscienza del ladro.

Questo avviene in un attimo. La mente può a lungo processare questo, ma è in un attimo, in un istante, che possiamo invertire la rotta, avere trasformazioni profonde , del nostro modo di agire e di pensare.

Questa è soltanto una storia, ma, come tutte le storie di questo tipo, ci indica una via, ci fa risuonare qualcosa dentro.

Non c'è niente di banale, in tutto questo.

 

Non preoccuparti...

Un giovane monaco di un monastero Zen correva, veloce, cercando il suo Maestro. Trovato il maestro, impegnato a potare i suoi piccoli alberi, lo interruppe, dicendo: "Maestro oggi, durante la meditazione mattutina, ho iniziato a comprendere il canto degli uccelli, sentire il suono dei fili d'erba e il brusio delle formiche." Il Vecchio Monaco guardò il suo giovane allievo e, con fare un poco complice, gli rispose: "Non ti preoccupare per tutto questo¦ fra qualche giorno ti passerà tutto!

Una storia molto bella, quanto breve ed intensa, del vasto repertorio della tradizione Zen.

Spiazzare la mente razionale, per andare oltre di essa, è uno dei principali metodi, attuati dalla tradizione zen, ed a noi arrivata, anche grazie a brevi storie, come questa.

Il giovane monaco vive nell'illusione, rafforzata dal suo ruolo di studente, di dovere capire qualcosa,per diventarne in qualche modo padrone, ed arrivare a quella, che lui crede essere l'essenza, o in altre parole, la conoscenza, l'illuminazione.

La sua concentrazione, scaturita dal desiderio, più che dalla pura contemplazione, di comprendere la realtà  esteriore, lo satura, fino al punto di credere di essere arrivato a qualche importante scoperta, da riferire , immediatamente al maestro, per riceverne un immediata conferma, e quindi, gratificazione.

In realtà , la sua concentrazione mentale ha soltanto acuito i suoi sensi, ha provato nuove sensazioni, ha sviluppato nuove riflessioni, ma, tutto questo, è ben lontano dallo stato di vera conoscenza o illuminazione, ed il maestro questo lo intuisce, pienamente.

Le sue sono soltanto emozioni, riflessioni, stati della mente, temporanei, che passerannno, si trasformeranno nei giorni, come, sarcasticamente, il maestro gli fa notare.

Con poche, ma mirate parole, mette così un freno alle illusioni temporanee della mente, che pensava di aver capito tutto, e pone al giovane la possibilità, di potere comprendere, di dovere andare oltre, a quella, seppure piacevole, esperienza.

Trovo queste storie così fresche ed attuali, anche se riferite ad episodi, perduti nei secoli passati, da incidere ancora su noi stessi.  Lo stratagemma di dovere capire il "senso" della storiella, ci porta, ad entrare, anche solo per pochi istanti, nel mistero della non-mente.

Capiamo quello che risulta illusorio, dai comportamenti del maestro, e siamo così "costretti" ad aprire uno spazio, una possibilità, a quello, che sta oltre la mente razionale.